Ciao, prima del pezzo vi ricordo che dal 23 al 26 luglio sarà a Bisceglie per il Festival di 42 gradi. Per questa occasione ho preparato una serie di laboratori per persone tra i 16 e i 20 anni a tema social media e AI. Se volete far partecipare, vitto e alloggio sono gratuiti, vi lascio qui il link con tutte le informazioni! Durante quei giorni ci saranno anche tanti eventi a cura del Festival, è un’occasione davvero incredibile.
E ora iniziamo.
Negli ultimi giorni si è parlato ovunque di Citizen Vigilante, un film d’azione a basso budget diretto dal tedesco Uwe Boll, famoso soprattutto per aver massacrato trasposizioni di videogiochi come House of the Dead e Alone in the Dark. Nel 2009 ha vinto due Razzie Awards, dei premi cinematografici sarcastici considerati l’antitesi degli Oscar: uno alla peggior regia e uno, categoria istituita apposta per lui, alla peggior carriera.
Il protagonista del film è Armie Hammer, l’attore del film di culto di Luca Guadagnino Call Me by Your Name, al primo ruolo da protagonista dopo le accuse arrivate nel 2021 da diverse donne - abusi fisici, emotivi e violenze sessuali - e archiviate nel 2023 dalla procura di Los Angeles senza incriminazione, per insufficienza di prove. Una scelta che Boll rivendica apertamente: lo ha preso, ha spiegato, anche perché “era stato vittima della cancel culture e voleva lavorare”, aggiungendo di avere in lista altri attori caduti in disgrazia, Kevin Spacey compreso.
Una scena del film
Hammer interpreta Michael Sanders, ex ufficiale dell’esercito americano. Il film si apre con una madre accoltellata a morte da criminali migranti davanti al figlio; da lì Sanders si fa giustiziere. Prima le ronde contro la piccola criminalità e l’opposizione alla costruzione di un centro di accoglienza, iniziative che lo trasformano in una star dei social, una sorta di Cicalone più bono. Poi arrivano le armi, contro i criminali e contro i giudici che li avevano rimessi in libertà. Nella sequenza più lunga del film Sanders, asserragliato in un veicolo blindato, stermina una trentina di poliziotti che stanno semplicemente eseguendo gli ordini, un dettaglio che tornerà utile più avanti. Il film si chiude due volte: con un telegiornale che suggerisce che l’aumento della criminalità potrebbe rendere necessaria una revisione delle politiche migratorie, e con una dedica alle vittime europee di stupro e omicidio tradite, dice il cartello, dal nostro sistema legale.
Il cartello finale del film: “Questo film è dedicato alle migliaia di vittime in Europa di stupro e omicidio che sono state tradite dal nostro sistema legale”
In Germania la FSK - l’ente di autoregolamentazione che classifica i film per età - ha negato a Citizen Vigilante qualsiasi classificazione. Non è propriamente un divieto, è una categoria, “Kein Kennzeichen”, “nessun bollino”, che di fatto esclude il film dalle sale, dalla pubblicità e dalla vendita nella maggior parte dei negozi. La motivazione: il film promuove la giustizia privata e offre una rappresentazione distorta e diffamatoria delle persone migranti. Boll ha impugnato la decisione davanti alla commissione d’appello interna della FSK, perdendo di nuovo: sei esaminatori contro due confermano che l’opera rischia di incitare alla violenza contro un gruppo specifico, quella che il diritto tedesco chiama Volksverhetzung, istigazione all’odio, una categoria che la Germania si porta addosso per ragioni storiche che non dovrebbe servire ricordare. Boll ha gridato alla censura politica su una rivista conservatrice, si è dichiarato vittima del sistema e ha sostenuto di aver fatto l’unico film che racconta “la realtà” dei crimini degli immigrati.
Fin qui, una scaramuccia locale. Un film respinto da un ente di classificazione, un regista che protesta. Sarebbe finita lì, come finiscono decine di casi simili ogni anno.
Poi è arrivato Elon Musk.
L’indignazione come modello di distribuzione
Musk - che della Germania si occupa con una certa assiduità, avendo apertamente sostenuto AfD alle ultime elezioni federali, il partito di estrema destra anti-immigrazione diventato alle ultime elezioni federali la seconda forza del paese - ha adottato la causa del film.
Musk è intervenuto in collegamento a un congresso dell’AdF nel gennaio 2025
Il 25 giugno ha pubblicato su X un link che rende Citizen Vigilante visibile gratuitamente per 48 ore ai suoi 240 milioni di follower. Ha evocato lui stesso, compiaciuto, lo “Streisand effect”: avete provato a nasconderlo, ora lo vedranno tutti. Nelle prime ventiquattro ore il film ha superato gli undici milioni di visualizzazioni. Il post originale con il film completo è stato poi rimosso ma nel frattempo altri utenti lo hanno ricaricato e continuano a farlo circolare gratis sulla piattaforma: si è innescata una distribuzione pirata decentralizzata del prodotto, che a questo punto non può più essere fermata. Nemmeno da Boll, se mai volesse.
L’aspetto più interessante è osservare il funzionamento della piattaforma.
Nei giorni successivi al post di Musk, l’algoritmo di X ha iniziato a premiare sistematicamente i contenuti in difesa del film, mostrandoli a un pubblico sempre più vasto: più visibilità, più indignazione, più post, più visibilità ancora. Su quel volume si è innestata la mobilitazione coordinata delle community di estrema destra: punteggi massimi su tutti i siti che raccolgono le recensioni, acquisti di massa su Amazon Prime, dove il film è diventato il titolo più visto negli Stati Uniti.
Non è certo un caso: l’algoritmo è un prodotto, scritto da persone, che obbedisce ai criteri che il proprietario decide. X non è un giornale, che dichiara la propria linea editoriale e risponde a un direttore: è il luogo dove passa una parte enorme della conversazione pubblica mondiale - le notizie, le campagne elettorali, le comunicazioni dei governi. Un’infrastruttura, come le frequenze televisive o la rete elettrica: qualcosa che andrebbe gestita come un bene pubblico, con regole, trasparenza e contrappesi. Forse non avremmo mai dovuto permettere che la comprasse un uomo solo. Invece l’abbiamo permesso, e quell’uomo - oggi il primo “trilionario” della storia - l’ha trasformata nell’estensione del proprio credo politico, usandola per intervenire in un conflitto regolatorio di un paese sovrano e riconfezionarlo come battaglia di libertà.
Nell’ultimo stesso mese, ad esempio, il Center for Countering Digital Hate - un’organizzazione indipendente anglo-americana che monitora l’odio e la disinformazione online, e che Musk ha già trascinato in tribunale nel 2023 per le sue ricerche su X, perdendo - ha segnalato tre post di Musk sui riot anti-immigrati di Belfast, le case degli immigrati bruciate dopo un accoltellamento diventato virale, arrivati a oltre 115 milioni di visualizzazioni complessive. L’accusa: amplificare narrazioni sui migranti che ispirano appelli alla violenza, senza alcuna conseguenza sulla piattaforma. La promozione di Citizen Vigilante non è l’ennesima eccentricità di Musk. Al contrario, è un tassello perfettamente coerente della stessa attività, condotta nelle stesse settimane, sugli stessi temi, con gli stessi strumenti.
C’è un altro aspetto interessante: Il tweet con cui Libs of TikTok - account di punta della destra americana, con milioni di follower - celebrava il primato su Amazon come ‘il più grande vaffanculo alla Germania e ai globalisti delle frontiere aperte’ porta l’etichetta che X applica ai contenuti sponsorizzati: Paid partnership, partnership a pagamento. Non sappiamo chi l’abbia pagato ma è un ulteriore tassello per capire che la promozione del film è stata accuratamente pianificata.
Nel giro di pochi giorni Quiver Distribution - una società indipendente canadese specializzata nel comprare film a basso costo e piazzarli sulle piattaforme di streaming e noleggio digitale - ha comprato i diritti mondiali, Boll ha annunciato il sequel per il 2027 e Musk ha twittato che «sarà ancora meglio». Un oggetto cinematografico che in condizioni normali sarebbe evaporato nel circuito direct-to-video è diventato un caso transatlantico non nonostante il blocco tedesco, ma grazie al blocco tedesco.
I commentatori che gridano al martirio artistico fingono di non vedere che la controversia non è stata un ostacolo alla circolazione del film. È diventata, semmai, il suo modello di distribuzione. Il rifiuto della FSK è ciò che ha reso il film un culto in una specifica area ideologica.
Zero contro novantacinque
Per capire meglio cosa è successo basta guardare ai numeri. Su Rotten Tomatoes - il più popolare sito americano di recensioni, che per ogni film tiene due punteggi separati: quello dei critici professionisti e quello del pubblico - Citizen Vigilante ha uno 0% di gradimento dei critici e oltre il 90% di gradimento del pubblico. Elon Musk stesso ha condiviso uno screenshot del punteggio, celebrandolo come una vittoria.
Questa divergenza è risultato di due sistemi di valutazione che non stanno misurando la stessa cosa. I critici hanno visto un film e l’hanno stroncato all’unanimità: Variety l’ha definito moralmente corrotto, Slate, storica testata online liberal, l’ha descritto come un prodotto inquietante e furbo, costruito con precisione per intercettare lo spirito del tempo degli estremisti di destra che vivono su X; e sulla rivista di critica In Review Online Tyler Thier è arrivato a scrivere che di questa celebrazione feticistica dei crimini d’odio «andrebbe fiero» Anders Breivik, l’autore della strage di Utøya del 2011. Il pubblico che l’ha portato al 90% di gradimento non ha valutato il film ma ha eseguito un’operazione: voti massimi coordinati su tutti gli aggregatori, acquisti di massa organizzati per spingerlo in vetta alle classifiche di vendita - primo su Amazon Prime Video, primo su Apple TV negli Stati Uniti - la recensione come atto di militanza. Molti dei recensori entusiasti, con ogni probabilità, il film non l’hanno nemmeno finito e alcuni di quelli che l’hanno finito si sono trovati davanti a un problema. Come nota Slate, il giustiziere per cui la destra si è mobilitata passa buona parte del film ad ammazzare poliziotti - proprio la categoria che quella stessa destra santifica a ogni occasione. La contraddizione è durata poco: nei commenti dei fan gli agenti uccisi sono stati prontamente riclassificati come “traditori al servizio del Sistema”, e quindi legittimi bersagli.
Negli Stati Uniti hanno un nome per tutto questo: culture war, guerra culturale. L’idea è semplice e va presa alla lettera: il potere politico non si conquista solo nelle urne ma prima, nell’immaginario - nei film, nei videogiochi, nelle serie, nei fumetti - e chi occupa quel terreno detta le condizioni a tutto il resto. La cultura diventa, di fatto, un territorio da occupare militarmente. È una vera e propria dottrina, con i suoi strateghi e la sua data di nascita precisa: il Gamergate, 2014.
Due delle protagoniste del Gamergate
La campagna di molestie coordinate contro sviluppatrici e critiche di videogiochi che sembrava, all’epoca, una faida di nicchia tra nerd. C’erano già tutti gli elementi che rivediamo oggi: le “operazioni” pianificate su board e forum con tanto di calendari per i boicottaggi, le istruzioni su come aggirare i filtri, la mobilitazione mascherata da rivolta spontanea dei consumatori, la cornice vittimista del gruppo dominante che si racconta come minoranza oppressa. La studiosa Whitney Phillips ha scritto che il Gamergate ha prototipato le strategie di molestia e fabbricazione della controversia poi rivelatesi preziose in politica. E chi ha trasferito quelle tecniche in politica non ne ha mai fatto mistero. Steve Bannon - all’epoca direttore di Breitbart News, il sito di riferimento della destra radicale americana, poi capo stratega della prima campagna di Trump e della sua Casa Bianca - aveva seguito il Gamergate da vicino e ne aveva capito il potenziale: quei ragazzi arrabbiati, disse candidamente, entrano dal Gamergate e poi li converti alla politica e a Trump. Non era una battuta: era un piano di reclutamento, e ha funzionato. Da lì in avanti la sequenza è nota. La tecnica collaudata nel 2014 - il review bombing, letteralmente ‘bombardamento di recensioni’: inondare in modo coordinato i siti di valutazione con voti minimi per affossare un prodotto - è stata applicata a ogni film o serie percepito come troppo progressista: il remake di Ghostbusters con protagoniste donne, Captain Marvel, l’elenco è lungo. Per dieci anni la macchina ha lavorato così, in negativo: punire i prodotti nemici. La novità di Citizen Vigilante è che ora funziona anche al contrario: promuovere i propri. Voti massimi invece che minimi, acquisti di massa invece di boicottaggi.
Negli Stati Uniti esiste un circuito di podcast dell’estrema destra, alcuni dei quali apertamente suprematisti: il più noto fa capo ad American Renaissance, l’organizzazione che da trent’anni sostiene la superiorità dei bianchi. Ecco, in questi giorni quel circuito si sta facendo ad alta voce una domanda precisa: e se questo film fosse l’inizio di qualcosa di più grande? Se fosse il momento di smettere di attaccare i film di Hollywood e cominciare a produrre i propri? Nel frattempo Boll, il regista, è andato ospite in quello stesso circuito a farsi intervistare come martire della censura - al microfono di Jared Taylor, il fondatore di American Renaissance in persona - mentre il commentatore di destra radicale Scott Greer, nel suo podcast, si chiede se arriveranno altri film d’azione ‘di destra’. Ma la verità è che l’infrastruttura, in forma embrionale, esiste già. La rivista conservatrice americana Compact ha appena dato un nome al filone - ‘basedsploitation’, dal gergo online dove ‘based’ indica chi sfida senza scuse il pensiero dominante - e ne ha ricostruito la filiera: nove film in dieci anni, da Sound of Freedom a Dragged Across Concrete*, sei dei quali prodotti dallo stesso uomo, Dallas Sonnier, l’unico produttore hollywoodiano noto per portare sullo schermo storie di destra. Con una caratteristica ricorrente che a questo punto suonerà familiare: protagonisti reclutati tra le star cadute in disgrazia: Mel Gibson, Jonathan Majors, ora Armie Hammer. Il casting di attori ‘cancellati’, martiri della sinistra, non è un vezzo di Boll: è una specifica di questo sistema.
E qui sta l’asimmetria che dovrebbe togliere il sonno a chiunque si collochi dall’altra parte. La destra combatte le guerre culturali come guerre: con obiettivi, catene di comando informali, fanteria volontaria e una dottrina - quella di Andrew Breitbart, il fondatore di Breitbart News, che la riassunse in poche parole “la politica sta a valle della cultura”. Bisogna trattare ogni film, ogni videogioco, ogni fumetto come una collina da conquistare. La sinistra, nel frattempo, presidia le istituzioni culturali - le redazioni delle riviste di cinema, gli enti di classificazione, le giurie - e scambia quel presidio per egemonia. Ma è un potere difensivo, notarile, incapace di mobilitare: lo 0% dei critici non ha spostato una virgola, il 95% organizzato ha venduto il film. Non esiste un review bombing progressista di massa, non esiste una campagna coordinata che porti in vetta alle classifiche un’opera per ragioni politiche - pensiamo a cosa è successo per “Il Mondo al Contrario” di Vannacci, non esiste - soprattutto - una comunità che viva la difesa di un prodotto culturale come atto identitario quotidiano. La cosa più vicina che la sinistra produce è il boicottaggio, che è la stessa arma impugnata al contrario: sa sottrarre, non sa aggiungere. E c’è un’ironia finale che dimostra quanto poco conti, in tutto questo, il contenuto: Uwe Boll, l’uomo per cui la destra mondiale si sta mobilitando, nel 2018 sbeffeggiava pubblicamente gli elettori di Trump, dicendo che aveva mentito su tutto. Non importa. La macchina non ha bisogno che il santo creda nel culto: ha bisogno di un martire disponibile, e Boll - che di autopromozione tramite provocazione campa da trent’anni - si è offerto volontario.
E l’Italia, come sempre, importa
In Italia il caso è arrivato con il consueto ritardo di qualche giorno e con la consueta divisione dei ruoli. Le testate generaliste hanno raccontato la cronaca mentre l’area di destra ha già fatto il lavoro di adattamento culturale: Dissipatio ha presentato il blocco della FSK come l’ennesima prova che ‘l’Europa condanna la censura delle autocrazie’ mentre praticherebbe forme più sottili di esclusione del dissenso; L’Identità ha invitato i lettori a guardare il film e ‘giudicare con la propria testa’, bollando il blocco come l’ultimo cortocircuito del paternalismo europeo; Il Giornale d’Italia è arrivato a paragonare la FSK alla psico-polizia di Orwell, saldandola alle polemiche nostrane sulla ‘patente antifascista’. È una traduzione fedele del framing di Boll e di Musk, e attecchisce su un terreno che da noi è stato arato con cura per anni.
Welcome to Favelas - la pagina nata per documentare il degrado delle periferie romane, oggi diventata uno dei megafoni più efficienti della galassia MAGA in Italia - ha annunciato una proiezione all’aperto del film a Roma, «completamente gratuita e aperta a tutti», offrendosi di pagare di tasca propria il doppiaggio in italiano e chiedendo ai follower una mano con la logistica. La proiezione avrà luogo lunedì 13 luglio. Gli incontri tra la pagina e i rappresentanti di Musk erano stati documentati - orgogliosamente, dalla pagina stessa - già all’inizio dello scorso anno; il suo fondatore è stato invitato dal movimento giovanile di Fratelli d’Italia a parlare di periferie alla loro festa. La catena è completa e visibile a occhio nudo: la piattaforma di Musk genera il caso, la pagina-megafono lo localizza, il territorio lo riceve - doppiato, gratuito, sotto casa. Un film che nessun distributore italiano ha comprato arriverà in una piazza romana grazie a un’infrastruttura informativa che dieci anni fa non esisteva e che oggi fa, meglio e più in fretta, il lavoro che una volta richiedeva un partito.
Citizen Vigilante, del resto, è un film che si inserisce bene nel contesto nostrano. Le ronde contro la piccola criminalità che il protagonista organizza nel film hanno un precedente legislativo italiano: le “ronde di cittadini” istituzionalizzate dal pacchetto sicurezza del 2009, orgoglio leghista. La retorica del cittadino perbene abbandonato da uno Stato che protegge i colpevoli invece delle vittime è l’ossatura del discorso pubblico di una parte consistente della nostra politica, da “Il mondo al contrario” in giù. E la meccanica che ha trasformato il film in fenomeno - la sanzione istituzionale rivenduta come persecuzione, l’algoritmo che amplifica il vittimismo, la community che si mobilita per “fargliela vedere” - è la stessa che abbiamo già visto funzionare, con profitto, nelle carriere politiche costruite a colpi di censure rivendicate e libri autopubblicati.
Il film dichiara di ispirarsi a un caso reale, uno stupro di gruppo avvenuto ad Amburgo nel 2016, con condanne sospese per la maggior parte degli imputati. Prende una storia vera, drammatica, verificabile, e lo riscrive come fantasia di vendetta etnica. Non è molto diverso da ciò che si tenta di fare da noi, ogni volta che un fatto di cronaca con un colpevole straniero viene estratto dal contesto, amplificato e messo al servizio di una narrazione in cui la giustizia ordinaria e la “sinistra buonista” sono complici. Il film mette in scena proprio questa grammatica, la estetizza, le dà un eroe a cui ispirarsi.
Il problema, alla fine, non è che esista un film brutto e xenofobo: ne sono sempre esistiti, e la storia del cinema è piena di progetti peggiori, dimenticati in pace. Il problema è che oggi esiste una macchina - algoritmica, proprietaria, politicamente orientata - capace di prendere un film brutto e trasformarlo in un evento globale in 48 ore, decidendo che la sua marginalità era un’ingiustizia da riparare.











Grazie Serena per questo ottimo articolo...la storia si ripeterà, finanziatori privati eleveranno partiti di estrema destra che torneranno al potere e silenzieranno in modo violento categorie su categorie di esseri umani. Silenzio assenso su molti di questi...Finché non rientreremo noi in una di queste categorie, ma sarà troppo tardi.
La notte della ragione sta già allungando le sue ombre sull'umanità.