Il documentario che guarda la manosfera senza vederla
Louis Theroux: Inside the Manosphere è affascinante, disturbante e insufficiente.
Ciao, data la grande attenzione mediatica sul caso del tredicenne di Bergamo, di cui ho scritto un lungo resoconto qui analizzando le culture online che sembrano averlo plasmato, condivido un lungo articolo che partendo dal documentario Inside The Manosphere spiega la storia della manosfera dalle origini ad oggi.
C’è un momento, verso la fine di Louis Theroux: Inside the Manosphere, in cui Ed Matthews - influencer britannico, livestreamer, tra i protagonisti del documentario - appare in un filmato d’infanzia: un ragazzino biondo che si riempie la bocca di marshmallow nel gioco «Chubby Bunnies», con l’entusiasmo innocente di chi sta replicando una sfida virale che ha visto su YouTube.
Un decennio dopo, quello stesso ragazzino è un uomo che si guadagna da vivere rimorchiando ragazze in diretta, promuovendo teorie del complotto e definendosi «cacciatore» di predatori sessuali, umiliati nei suoi contenuti anche in assenza di prove. Ad alcuni, ha fatto mangiare in diretta cibo per cani.
È impossibile non chiedersi in che punto esatto, tra quel video e oggi, l’attenzione ad ogni costo sia diventata l’unica valuta che conta nella sua vita.
“È facile considerare gli influencer maschili estremisti come avversari, che diffondono odio, e in un certo senso lo sono”, afferma nel Theroux suo monologo finale, “ma sono anche il prodotto di una cultura, cresciuti online in un mondo che cambia a una velocità vertiginosa, con opportunità sempre più ristrette, in un momento in cui i vecchi privilegi della virilità sono stati messi in discussione”. Matthews appare giovane, dolce, vulnerabile. L’esatto opposto di ciò che un esponente della manosfera vuole disperatamente proiettare.
Quel contrasto è il colpo più efficace del documentario. Ed è quasi l’unico.
Il primo lungometraggio Netflix di Louis Theroux, uscito l’11 marzo 2026, arriva in un momento in cui il tema è incandescente. Adolescence, la serie che ha cristallizzato l’allarme sulla radicalizzazione maschile online - raccontando la storia di un tredicenne che uccide una compagna di classe - ha preparato il terreno per l’interesse del pubblico per un prodotto più struttruato. Theroux viaggia così tra Miami, New York e Marbella per incontrare alcune delle figure più note della manosfera, come Myron Gaines, ex agente del Dipartimento di Sicurezza Interna degli Stati Uniti, che ha lasciato il governo per fondare il podcast Fresh and Fit: un milione e mezzo di iscritti su YouTube, un libro intitolato Why Women Deserve Less e una filosofia della «monogamia a senso unico» che nel documentario viene messa alla prova dalla presenza della sua fidanzata.
C’è poi Sneako, un uomo che pubblica frasi come «non dovremmo far votare le donne» e promuove teorie del complotto su una società controllata da satanisti, bannato da YouTube, Twitch e Kick, convertito all’Islam, sostenitore di Andrew Tate e del neonazista Nick Fuentes, presente all’insediamento di Trump, in contatto con suo figlio Barrow. Ma c’è soprattutto Harrison Sullivan, alias HSTikkyTokky: ventiquattro anni, centinaia di migliaia di follower, ricercato dalla polizia britannica per un incidente stradale con una McLaren da cui è fuggito, rifugiatosi a Marbella dove ha continuato a fare livestream. Sullivan ammette di non avere moralità, di essere motivato solo dal denaro, e di dire cose offensive esclusivamente per generare attenzione da monetizzare. Alla fine del documentario, rientrerà nel Regno Unito dove riceverà una condanna con pena sospesa.
Il risultato è un documentario zoppicante, che fallisce nel capire davvero che cos’è la manosfera e perché questi giovani ragazzi ne sono stati affascinati. In realtà, temo che il problema sia che lo stesso Theroux non lo abbia capito.
Lo stile Theroux contro il panopticon volontario: dare visibilità a chi vive di visibilità
Chi conosce Theroux sa come lavora: niente aggressività, niente indignazione manifesta. Lascia parlare i soggetti, li mette a loro agio con un’aria di curiosità quasi ingenua, e aspetta che si smontino da soli. In passato ha funzionato con i neonazisti, con la Westboro Baptist Church (una Chiesa battista non-affiliata degli Stati Uniti, conosciuta per le sue ideologie estreme, specialmente quelle contro gli omosessuali), con gli scientologisti. In quei contesti, i soggetti avevano qualcosa da nascondere, una facciata pubblica diversa dalla realtà privata, e il genio di Theroux stava nel farla crollare. Ma qui il meccanismo si inceppa, e il motivo è duplice.
Il primo è di credibilità. Il documentario si apre con Theroux che dichiara in voce fuori campo di aver notato «qualche anno fa» che alcune parti di internet venivano occupate da «influencer maschili». La manosfera è un fenomeno studiato da oltre un decennio, con morti e attentati alle spalle: è impossibile che Theroux non lo sapesse. Ma quella finta ingenuità, che in passato gli conferiva il fascino dell’outsider curioso, qui produce l’effetto opposto: quello di un sessantenne che si è accorto tardi di ciò che milioni di adolescenti vivono da anni. Mi veniva voglia di fargli “pat pat” sulla testa e dirgli: «ok boomer».
Il secondo problema è strutturale.
Gli influencer della manosfera passano la vita in diretta streaming. Non nascondono nulla perché la provocazione continua è il loro prodotto. Theroux si ritrova a interagire con persone che vivono in un panopticon volontario e redditizio. Sullivan, inizialmente sospettoso di un’imboscata giornalistica, finisce per sfruttare la troupe di Theroux come contenuto per i propri canali, macinando centinaia di migliaia di views. Il cacciatore diventa preda dell’algoritmo. È un paradosso che il documentario non affronta mai esplicitamente, ma che attraversa ogni scena: il formato tradizionale del documentario, con i suoi tempi, i suoi silenzi e la sua autorità implicita, si trova disarmato di fronte a soggetti che macinano ore di contenuto al giorno e per i quali qualunque tipo di attenzione - anche quella critica - è carburante.
C’è un momento rivelatore in cui Theroux, vedendo Sullivan rivolgersi direttamente alla telecamera anziché a lui, lo richiama: «Questa è televisione, questo è un vero documentario». È una frase che tradisce un’illusione: Theroux dà per scontata una gerarchia dei media in cui il documentario televisivo sta sopra il livestream, in cui le sue regole valgono più di quelle dei suoi soggetti. Ma Sullivan e gli altri non riconoscono quella gerarchia e, quando nell’ultimo confronto tra i due, Sullivan decide di trasmettere tutto in diretta ai propri follower, il rapporto di forza si capovolge. È Sullivan ad avere l’ultima parola, voltandosi verso la propria telecamera: «Pubblicate quello che volete su di me in rete. Non me ne frega niente». Theroux, tra l’altro, si fa platealmente fregare da Sullivan: il creator, convinto che i media tradizionali siano governati dai «sionisti», chiede al giornalista se pensa che quello in Palestina sia un «genocidio». Thereoux sta zitto e poi dice che ha bisogno di pensarci. Così Sullivan crede di aver ricevuto conferme al suo pensiero.
Theroux e i suoi soggetti giocano a sport diversi, con regole diverse e per tutto il documentario la sensazione è che Theroux e la sua troupe non lo capiscano.
Il documentario finisce per offrire involontariamente a questi influencer la piattaforma mainstream che desiderano. Theroux ha risposto a questa obiezione in un Q&A pre-lancio, definendo «piattaforma» un termine goffo che non distingue tra un podcast dove si lascia parlare qualcuno per un’ora e un documentario costruito con contesto, proporzione e domande appropriate. Ha aggiunto che è giusto che il documentario presenti momenti in cui i soggetti esprimono ciò in cui credono realmente. L’argomento ha una sua logica, ma non risolve il problema: chi è già dentro la manosfera vedrà nel documentario la conferma che i propri eroi sono abbastanza importanti da finire su Netflix. Chi è fuori, rischierà - come vedremo - di trovare il tutto più glamour che terrificante.
La manosfera senza storia: il vuoto più grave del documentario
Theroux tratta la manosfera come se fosse un fenomeno autoevidente - un gruppo di tizi tossici che dicono cose brutte su internet - senza mai ricostruirne la genealogia. Lo spettatore che non conosce il tema esce dal documentario sapendo che esistono degli influencer misogini, ma senza capire da dove vengano, perché abbiano presa, e quale infrastruttura ideologica li sostenga. Theroux descrive la manosfera come composta in gran parte da «comici e podcaster relativamente poco controversi», quando in realtà comprende una rete molto più ampia di forum, contenuti e comunità unite da una visione del mondo anti-femminista. Il problema non è solo una descrizione imprecisa ma la rinuncia totale a raccontare una storia che ha almeno mezzo secolo di radici.
Proviamo a fare noi quello che il documentario non fa.
Dagli anni Settanta ai forum: le radici pre-digitali
Le origini della manosfera affondano nel Men’s Liberation Movement degli anni Settanta, un movimento che nacque come alleato del femminismo, con il riconoscimento condiviso dei danni inflitti a uomini e donne dai ruoli di genere rigidi. Ma già in quel decennio una parte del movimento iniziò ad attribuire i problemi maschili al femminismo e all’emancipazione femminile, dando vita a quello che sarebbe diventato il Men’s Rights Movement. Figure come Warren Farrell, autore di Il mito del potere maschile (1993), contribuirono a consolidare l’idea che gli uomini fossero le vere vittime dell’oppressione di genere - un capovolgimento concettuale che sopravvive intatto nella retorica della red pill di oggi.
Questa depoliticizzazione della disuguaglianza di genere - l’idea che il personale sostituisca il politico, che uomini e donne siano «ugualmente oppressi» - è il filo rosso che collega i movimenti maschili del ventesimo secolo alla manosfera contemporanea.
I primi forum: la manosfera prende forma online
Con l’esplosione del web negli anni Duemila, le idee del movimento per i diritti degli uomini trovarono un terreno fertile nei forum online. Nacquero comunità dedicate, che insegnavano tecniche di manipolazione per sedurre le donne. Parallelamente, forum come A Voice for Men (fondato nel 2009) e i primi subreddit come r/MensRights e r/TheRedPill divennero punti di aggregazione per una galassia di uomini accomunati dalla convinzione che la società fosse dominata dal femminismo e ostile ai maschi.
È in questo periodo che si cristallizza il linguaggio della manosfera: la red pill (prendere coscienza della presunta oppressione maschile), la blue pill (l’ignoranza di chi non ha aperto gli occhi), l’alpha e il beta, l’hypergamia femminile. Un lessico mutuato dalla cultura pop - Matrix in testa - e trasformato in strumento di radicalizzazione. Nulla di tutto questo compare nel documentario di Theroux, che introduce il concetto di «red pill» come se fosse un’invenzione recente degli influencer che sta intervistando, anziché un costrutto ideologico con vent’anni di storia.
2014: l’anno che cambia tutto
Il 2014 è l’anno in cui la manosfera smette di essere un fenomeno sotterraneo. Il 23 maggio, Elliot Rodger, ventidue anni, membro attivo dei forum PUAHate e ForeverAlone, uccide sei persone e poi sé stesso a Isla Vista, California, dopo aver pubblicato un manifesto di 141 pagine e una serie di video su YouTube in cui esponeva la propria ideologia misogina. L’attacco scatenò l’hashtag #YesAllWomen e portò per la prima volta il termine «incel» all’attenzione dell’opinione pubblica mondiale. Da quel momento, Rodger è stato “santificato” dalla comunità all’interno degli spazi digitali dell’universo incel.
Ma il 2014 è anche l’anno del Gamergate. E qui arriviamo a quella che è forse la lacuna più imperdonabile del documentario di Theroux.
Gamergate: la prova generale che il documentario ignora
Nell’agosto 2014, un post di un ex fidanzato della sviluppatrice di videogiochi Zoë Quinn scatenò una campagna di molestie online senza precedenti, coordinata attraverso 4chan, 8chan e Reddit, e amplificata su Twitter dall’hashtag #GamerGate. Mascherata da dibattito sull’etica nel giornalismo videoludico, la campagna prese di mira Quinn, la critica femminista Anita Sarkeesian e la sviluppatrice Brianna Wu con minacce di morte e stupro, doxxing, hacking di account e molestie coordinate che costrinsero tutte e tre a lasciare le proprie case.
Il Gamergate fu la prova generale della radicalizzazione online su scala di massa. Come hanno documentato decine di ricerche accademiche, il Gamergate perfezionò le tattiche che sarebbero poi diventate patrimonio comune della destra radicale e della manosfera: l’uso di meme per ridurre questioni complesse a slogan virali, le false accuse coordinate, l’harassment di massa attraverso account anonimi.
Steve Bannon, l’ideologo di Trump, all’epoca alla guida di Breitbart News, vide nel Gamergate il potenziale politico della rabbia maschile online: il giornalista di destra Milo Yiannopoulos, che aveva popolarizzo l’hashtag su Breitbart, divenne uno dei volti più noti del movimento anti-femminista. Joan Donovan, all’epoca direttrice di ricerca all’Harvard Shorenstein Center, ha documentato come il Gamergate sia stato il modello organizzativo usato poi dai sostenitori di Trump: meme, false accuse e molestie coordinate come strumenti di lotta politica. Non è un’esagerazione affermare che la manosfera abbia contribuito a portare Trump alla Casa Bianca nel 2016, a organizzare il raduno «Unite the Right» a Charlottesville nel 2017 - la marcia di suprematisti bianchi e neonazisti in Virginia che culminò nell’uccisione di una contro-manifestante e in decine di feriti - e a ispirare l’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021.
Nulla di tutto questo compare nel documentario di Theroux. Il Gamergate non viene mai nominato. Isla Vista non viene mai nominata. La strage di Toronto del 2018 - quando Alek Minassian uccise dieci persone con un furgone dopo aver postato su Facebook che la «ribellione incel» era iniziata - non viene mai nominata. Il documentario parla della manosfera come se fosse nata ieri, con TikTok e le Lamborghini, senza radici e senza morti.
Da Gamergate a Tate: la commercializzazione dell’odio
Il passaggio successivo è quello che il documentario racconta senza spiegarlo: la trasformazione della manosfera da subcultura di forum anonimi a industria dell’influenza. Il modello è stato codificato da Andrew Tate a partire dal 2021, con la sua Hustler’s University - un programma a pagamento (49 dollari al mese) che usava tattiche da marketing multilivello per incentivare gli iscritti a condividere clip di Tate sui social media, alimentando così l’algoritmo e generando nuove iscrizioni. Il risultato: 11,6 miliardi di visualizzazioni su TikTok prima che il suo account venisse sospeso, e oltre 80.000 iscritti al programma.
Ma Tate non ha inventato nulla: ha semplicemente industrializzato un modello che esisteva già. Il passaggio ai social media tra il 2012 e il 2014 segnò una svolta: il Gamergate servì da punto d’ingresso della manosfera nella visibilità digitale di massa, innescando un ecosistema guidato dagli influencer e incentivato dall’indignazione, dalla viralità e da una retorica sempre più razzista e misogina. Le logiche delle piattaforme premiavano i contenuti sensazionalistici e incoraggiavano collaborazioni tra influencer anti-femministi e nazionalisti bianchi. Quando, alla fine degli anni Dieci, le piattaforme iniziarono a moderare i contenuti, molte figure della manosfera moderarono la loro comunicazione pubblica reindirizzando i messaggi più estremi verso piattaforme alternative come Rumble e Telegram - esattamente il modello che vediamo nel documentario con Sullivan e i suoi canali Telegram, dove vende prodotti finanziari e abbonamenti OnlyFans ai suoi follower.
Theroux stesso prova questo meccanismo investendo 500 dollari nello schema finanziario di Sullivan: nel giro di un mese il valore crolla quasi a zero. È uno dei momenti più efficaci del documentario. Ma senza il contesto di Hustler’s University, di Return of Kings, dei forum incel chiusi da Reddit, del modello di marketing multilivello che Tate ha reso mainstream, quella scena resta un aneddoto anziché diventare l’illustrazione di un sistema. Lo spettatore vede una truffa individuale; non vede l’economia miliardaria della radicalizzazione maschile.
L’estetica aspirazionale: un documentario o un lookbook?
Concentrandosi sulle poche persone che traggono profitto dal fenomeno, il documentario rischia di offrirne un ritratto idealizzato che minimizza l’insicurezza, l’ostilità e la violenza che lo sostengono. Inquadrature al rallentatore di soggetti in palestra, auto sportive di lusso, orologi costosi e appartamenti da sogno: è la stessa estetica aspirazionale su cui si fonda il branding di questi influencer. In altre parole, il documentario parla lo stesso linguaggio visivo dei contenuti che pretende di denunciare. Altrove, clip dei contenuti degli influencer appaiono su sfondi stilizzati di codice binario rosso e nero con musica synthwave: più trailer di un videogioco che inchiesta giornalistica.
L’enorme volume di retorica apertamente disgustosa presente nel documentario non viene sempre corretto o contestato: la calma proverbiale di Theroux, il suo stile da «papà deluso della borghesia che si aspetta che il figlio si riprenda», funziona come contrappunto estetico ma non come strumento di analisi. Su Rotten Tomatoes, un recensore ha riassunto la questione con un’immagine efficace: è come portare una troupe cinematografica a una battaglia di riprese con l’iPhone.
Il risultato è il rischio di banalizzare la gravità delle idee promosse, facendo credere allo spettatore che la manosfera non sia altro che una cultura dell’intrattenimento - sgradevole, certo, ma in fondo innocua e distante. Anziché mostrare come questa economia in espansione abbia contribuito alla normalizzazione di idee misogine che hanno ispirato attacchi violenti e violenza contro donne e ragazze, il documentario rischia di ingannare gli spettatori suggerendo che si tratti di poco più di un circo digitale. È un errore grave, perché il ragazzino di tredici anni che guarda queste scene su Netflix non vede la critica: vede le Lamborghini.
Le grandi assenti: le donne
Il problema principale è poi che in un documentario interamente dedicato alla misoginia organizzata, le donne, le vittime, sono presenti solo come figure di contorno. The Guardian ha chiesto perché Theroux non si sia concentrato sull’impatto sulle donne e sulle persone che non hanno scelto di far parte di questo mondo, notando che le donne presenti nel documentario compaiono raramente più di una volta.
Le poche scene con mogli o fidanzate degli influencer sono rivelatrici, ma restano frammenti mai sviluppati. La ragazza di Gaines è visibilmente a disagio durante la discussione sulla «monogamia a senso unico». La moglie di Waller descrive il proprio ruolo come una «corsia» dedicata alla cura dei figli e alle faccende domestiche, mentre la sua corsia è provvedere economicamente - riassunto da lui stesso con la frase: «Io non faccio bagnetti né cambio pannolini né niente del genere». Theroux scopre poi che i due non sono nemmeno legalmente sposati.
Ma è la scena con la madre di Harrison Sullivan, nella villa spagnola dove il figlio si è rifugiato dopo essere fuggito dal Regno Unito, a essere forse la più eloquente. La madre inizialmente sembra voler prendere le distanze dalle posizioni estreme del figlio. Ma quando Theroux insiste con le domande, cambia registro e passa a difenderlo, accusando il documentarista di provocare apposta per ottenere una reazione: «L’hai fatto solo per ottenere una reazione, quindi per favore smettila». Poi aggiunge che anche Theroux, in fondo, guadagna dalla manosfera. Eppure, mentre Sullivan discute con Theroux, nei suoi occhi si legge una tristezza profonda. È una donna stretta tra l’istinto di proteggere un figlio e la consapevolezza, forse mai verbalizzata, di ciò che quel figlio è diventato. Il documentario le dedica pochi minuti e non torna mai a chiederle cosa significhi vivere nell’orbita della manosfera senza averla scelta.
Mancano le voci delle donne che subiscono molestie online, delle insegnanti che vedono i propri studenti ripetere slogan misogini in classe - una realtà documentata da ricerche accademiche in Australia e Regno Unito -, delle ricercatrici che studiano il fenomeno da anni. Common Sense Media ha suggerito che un documentario di follow-up dedicato alle donne colpite e ai ragazzi che consumano questi contenuti sarebbe stato più potente nel mostrare che i comportamenti online hanno conseguenze nella vita reale. Ma forse quel follow-up non dovrebbe essere necessario: quelle voci avrebbero dovuto essere qui, in questo film, fin dall’inizio.
L’algoritmo come infrastruttura: quello che il documentario sfiora senza afferrare
Inside the manosphere accenna al ruolo degli algoritmi, ma non lo sviluppa. Eppure è il pezzo cruciale del puzzle. Un’indagine dell’Observer ha dimostrato come l’algoritmo di TikTok, su un account configurato come ragazzo adolescente, inizi a proporre contenuti di Andrew Tate dopo aver semplicemente guardato video generici rivolti a un pubblico maschile - inclusi video sulla salute mentale maschile e clip comiche. Dopo aver visto due video di Tate poco estremi, l’account riceveva contenuti sempre più radicali. Alla riapertura successiva, i primi quattro post erano di Tate.
Questo meccanismo - il cosiddetto «imbuto algoritmico» - è ciò che trasforma un ragazzino curioso in un consumatore della manosfera. I ragazzi non entrano nella manosfera perché odiano le donne: ci arrivano cercando consigli su fitness, nutrizione, finanze o relazioni. Cliccano su contenuti che promuovono uno stile di vita aspirazionale fatto di soldi, muscoli, ragazze e auto veloci, e gli algoritmi iniziano a servire contenuti progressivamente più estremi. Il documentario di Theroux non spiega niente di questo. Non mostra come funziona l’imbuto. Non intervista esperti di algoritmi. Non cita ricerche. Non si fa domande sulle piattaforme e sul perché abbiano settato gli algoritmi in questo modo. Si limita a mostrare gli influencer nella loro vita quotidiana, come se il problema fosse la loro personalità e non il sistema che li amplifica e li rende redditizi.
Un documentario necessario, ma non sufficiente
In definitiva, fa bene alcune cose. Espone la logica commerciale dietro l’estremismo: questi influencer non sono ideologi, sono imprenditori della provocazione. Mostra come la provocazione si traduca in profitto e regala momenti di smascheramento involontario.
Ma non basta. Il documentario arriva al momento giusto - dopo Adolescence, in un clima di crescente allarme - e spreca l’occasione di andare in profondità.
Le attitudini problematiche della manosfera sono contenute negli spazi online che frequentano, ma sono soprattutto simboliche della misoginia strutturale e dei sistemi patriarcali di socializzazione - e per raccontarle servono strumenti più affilati di una telecamera puntata su un ragazzo con una Lamborghini.
Theroux resta un documentarista di talento, e la sua capacità di ottenere accesso a mondi che si considerano chiusi è rara. Ma la manosfera non è un mondo chiuso: è un mondo che vive di esposizione. Portare una telecamera dove tutti sono già in diretta non è un atto di coraggio giornalistico; è, al massimo, un cambio di inquadratura. E di fronte a un fenomeno che ha mezzo secolo di radici, che ha prodotto morti e che sta plasmando il modo in cui una generazione di ragazzi pensa alle donne, serviva molto - molto - di più.













Un documentario con un potenziale enorme mandato alle ortiche.
Il tema mi ha fatto ribrezzo comunque.
Grazie per l'analisi. Quello che colpisce ogni volta e' anche come tutta la performance di questi maschi alfa (vestiti, soldi, macchine di lusso, muscoli etc.) sia piu' che altro indirizzata a far vedere non tanto alle donne, ma a altri uomini, che si e' degli uomini "veri", un po' purtroppo per truffarli con corsetti a pagamento, investimenti farlocchi etc, ma anche per avere una conferma della propria virilita'. Nel documentario si vede come in generale quando poi hanno a che fare con delle donne che hanno un qualche potere nella loro vita (fidanzata, mamma, etc) questi super machi un po' si sgonfiano. La scena finale dell'influencer britannico che pulisce il pavimento e' un esempio. Theroux in quei momenti e' stato efficace, al di la' dei limiti del documentario che tu hai evidenziato.